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associazioneinutile:

Con un’immagine che sembra uscita dai computer del 2002, vogliamo annunciare fieri che parteciperemo anche noi al Rivistarola (o Rivisticidio?), venerdì 14 settembre dalle ore 20.30 in avanti, a Roma, libreria Altroquando (via del Governo vecchio 80-82-84). Se avete Facebook, potete dire che parteciperete all’invito qui; se non l’avete, stampate nella vostra retina questo simpatico post.
Ci saranno un sacco di altre riviste, ma ormai abbiamo perso il conto e dovrete venire di persona per scoprirle.

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Con un’immagine che sembra uscita dai computer del 2002, vogliamo annunciare fieri che parteciperemo anche noi al Rivistarola (o Rivisticidio?), venerdì 14 settembre dalle ore 20.30 in avanti, a Roma, libreria Altroquando (via del Governo vecchio 80-82-84). Se avete Facebook, potete dire che parteciperete all’invito qui; se non l’avete, stampate nella vostra retina questo simpatico post.

Ci saranno un sacco di altre riviste, ma ormai abbiamo perso il conto e dovrete venire di persona per scoprirle.

“Pazzi scatenati” su L’Indro
La lettura di questo libro è fortemente sconsigliata ad un pubblico di scrittori. Benché infatti essi non siano quasi mai menzionati lungo tutto questo trattato sullo stato dell’editoria in Italia, è indubbio che la loro presenza aleggi in ogni pagina come il fantasma del padre di Amleto. Vittime di un sistema contorto e al collasso, questi spettri vagano nella speranza di trovare giustizia (ovvero una degna pubblicazione), ma certo hanno smesso di cercare il successo e una vita di scrittura (il che ci porterebbe dritto nella fantasia di Tolkien). Di cosa stiamo parlando? Di ‘Pazzi scatenati – Usi e abusi dell’editoria italiana’ – ed. Effequ, un saggio drammaticamente leggero e ironicamente serio che fotografa una realtà italiana misteriosa e indefinita: il mercato editoriale. Il suo autore, Federico Di Vita, sfoggia coraggio (per la volontà di scandagliare questo mare oscuro) ed intelligenza (per la scelta del linguaggio). Leggendo il libro pensavamo agli insegnamenti della Commedia all’Italiana, la lezione che negli anni ‘50 e ’60 ci è stata impartita dai vari maestri Monicelli, Risi, Scola, Scarpelli, Gassman, Sordi, Tognazzi, ecc. ecc. Questi uomini di cinema guardavano una realtà spesse volte drammatica, a volte cinica o ridicola, e la sezionavano con la lama affilata dell’ironia. Usavano la risata per creare una distanza che permettesse loro di osservare e quando la risata si esauriva quel che restava, per lo spettatore e per l’attore, era l’amara consapevolezza di una ragione che non si risolve. La pillola amara della realtà era stata ingoiata con lo zucchero di una risata.

Di questi tempi, in cui ci sarebbe tanto bisogno di ridere e di diventare consapevoli, si è un po’ perso questo insegnamento. Salvo poi trovarlo in un libro, e allora si sa, quel cinema è stato caratterizzante dell’italiano perché è l’italiano, alla fin fine, ad essere come quel cinema. E anche Federico Di Vita lo è.

‘Pazzi scatenati’ mette in luce i meccanismi malati (propriamente folli) che regolano il mercato del libro nel nostro stivale, in particolar modo della piccola e media editoria. Per farlo l’autore è sceso in battaglia. Partendo da un’inquietante considerazione, Federico Di Vita è andato a parlare con gli ingranaggi di quel meccanismo, gli editori, i librai, i distributori, i tipografi. L’inquietante considerazione di partenza è che in Italia tutti scrivono, ma praticamente nessuno legge. Non riporterò cifre e statistiche che hanno avuto il merito di deprimermi durante tutta la lettura, tranne che in questo caso: in Italia si pubblicano 164,38 libri al giorno, circa 59.000/60.000 l’anno, a fronte di un 45% di lettori che dichiarano di leggere un libro l’anno (e guardando le classifiche facile sapere cosa leggano). Quindi, come ci fa amaramente notare l’ex-direttore di Pde (maggiore distributore nazionale) “il 90% dei libri dei piccoli editori è carta da macero, sono spazzatura. Verranno resi agli editori e questi, se hanno un animo ecologista, li butteranno nella carta riciclata, se sono degli stronzi li butteranno nel secchione e basta”. Adesso ci vorrebbe una risata. Ma non c’è. Quindi perché si pubblica? E soprattutto perché si scrive? Per gloria, per gioco, per passatempo, per egocentrismo. La risposta non mi è chiara. In effetti ci siamo sempre chiesti: ma tutti questi scrittori che non leggono, come pretendono di saper scrivere e persino di pubblicare? Perché da qualche parte i conti devono pur tornare, se tutti scrivono e nessuno legge vuol dire che persino gli scrittori se ne fregano dei libri altrui. Questo è un dato agghiacciante. Ma altrettanto agghiacciante è il quadro che Di Vita traccia del mondo del lavoro che si nasconde (letteralmente) nell’editoria. Escluse le mayor (che sono due, tre) tutte le case editrici sono, professionalmente parlando, una barzelletta (per chi ha senso dell’umorismo, per tutti gli altri semplicemente un insulto). Lavori non pagati, stager sfruttati e illusi con vane speranze, politiche di regressione (il progresso prevede almeno un investimento ideologico, oltre che economico). In questo sistema imprenditoriale non c’è assolutamente nulla che un imprenditore logico farebbe. Per raccontarcelo ancora meglio, per farci entrare dentro quel micro mondo, l’autore del libro fa una scelta giusta sotto molti punti di vista: inserisce un racconto breve. Le interviste e le analisi che raccoglie sono infatti intervallate da “Il crudele apprendistato di Vero Almont”, ovvero le “surreali” (se solo lo fossero!) avventure di un agente speciale inviato ad investigare nell’oscuro ambiente delle piccole case editrici italiane. Perché una risposta a tutti questi dubbi deve pur esserci, e a questo punto non può che essere una risposta degna dei servizi segreti. Il saggio, come genere narrativo, ha il merito dell’analisi lucida, dell’esposizione dei dati di fatto, ma ne paga in coinvolgimento emotivo. Inserire un racconto breve umoristico, aiuta il lettore non solo a capire, ma a fare due passi dentro una realtà talmente assurda che è difficile da spiegare. Eppure, a pensarci bene, avremmo dovuto dire a Federico che, seppur estrema, la sua esperienza editoriale italiana è soprattutto un’esperienza italiana. Quella mentalità del “intanto tu fallo, poi di tutto il resto ne riparliamo” (ricompensa economica, crescita, ecc.) è il cancro che ha ammalato l’Italia. Caricare di aspettative, promesse e sogni è stata la moneta con cui è stata pagata un’intera generazione, che adesso, ovviamente, ha smesso di credere, di sperare, di sognare. L’editoria è solo l’esempio estremo, perché per loro natura i libri si fanno per passione, per idee, per principio. E quindi tutti coloro che di libri vorrebbero vivere sono, per loro stessa natura, degli idealisti passionali e sazi di principi (quindi la fame la sopportano meglio). Qui ci vorrebbe un’altra risata.

Alessandra Grande

http://www.lindro.it/Chiamateli-Pazzi-scatenati,7018

Pazzi scatenati sul Secolo XIX di sabato 25 febbraio 2012

Pazzi scatenati sul Secolo XIX di sabato 25 febbraio 2012

Stage gratuiti e lavoro nero, così sopravvive la microeditoria

Ma come si giustifica in questi casi l’editore?
Molti piccoli editori hanno la «sindrome del benefattore», io la chiamo così.  Ti dicono: ti faccio fare questa esperienza per 250, 300 euro al mese. Certo ti pago in nero, ti sfrutto, ma intanto ti aiuto a formarti. Il microeditore non ti promette un impiego definitivo, anzi molto spesso ti sprona a cercare altro nel frattempo, con l’alibi che la casa editrice non ti impegnerà tutta la giornata. Il che può essere vero: ma a me è capitato più volte di dover lavorare fino alle 4 di notte all’impaginazione di un libro. Alcuni piccoli editori, non c’è dubbio, sono in malafede; tanti altri invece si ritengono sinceramente dei benefattori. Sono una particolarissima specie di squali-sognatori. 

intervista di Ilaria Costantini, sulla Repubblica degli stagisti

Perché ora si vive su un’illusione collettiva: chi ti propone il lavoro si illude di poterti un giorno pagare, e chi lavora si illude un giorno di poter essere pagato. Adesso succede così. C’è una generazione di gente che perde anni, anni decisivi, facendo cose inutili.
“Pazzi scatenati” su Sololibri [di Mario Bonanno]

Se non vi chiamate Fabio Volo o Giorgio Faletti (e dunque vendete vagonate di libri per il solo fatto di chiamarvi Volo e Faletti), vi siete chiesti perchè vi ostinate ancora a barcamenarvi per l’alto mare aperto della media e piccola editoria? Poiché a scrivere (bene) si fatica da bestie, i riconoscimenti sociali stanno a zero (i simulacri dei premietti condominiali non valgono) e sulle royalties meglio stendere un pietoso velo, o siete sadomasochisti persi oppure, per dirla con il (sagace) titolo del saggio di Federico Di Vita, siete “Pazzi scatenati” (effequ, 2011).

Non è che ci sia tanto da girarci intorno: la lettura di questo “libro nero” sull’editoria italiana (dato che i libri neri di questi tempi fanno decisamente trend), a meno di fortissimi disturbi della vista, può spalancarvi gli occhioni belli (e ingenui) sul cul de sac in cui vi siete cacciati il giorno in cui avete deciso di sbugiardare il detto che carmina non dant panem.

Di Vita sa benissimo di cosa scrive quando descrive i gironi infernali in cui si contorce l’editoria “de noantri”. Nel suo pamphlet le regioni sulfuree della via crucis libraria, sono scandagliate una a una, con la perizia perfida e implacabile di un regista da mondo movies che furono. Con la sua penna sarcastico-affilata che in un paese normale (come belerebbero i politicanti del nostro scontento), se non proprio Mondadori avrebbe dovuto garantirgli quanto meno di che vivere ultra-dignitosamente, Di Vita ci introduce nelle interzone paurose/perigliose di un settore alla canna del gas (tolti i moloch delle grandi concentrazioni editoriali), affollate da personaggi in cerca (di diritto) d’autore, librai sull’orlo di una crisi di nervi, promotori cazzuti per senso del dovere, tipografi sfangati, stagisti over 40, precari umiliati & offesi, (micro) editori narcisisti patologici, fiere e fieruzze che lasciano il tempo che trovano: resa l’idea, no?. Robusto è anche il novero dei testimonial arruolato ad hoc da Di Vita tra le fila di ex, sedicenti, e/o addetti ai lavori, tutti insieme appassionatamente a rafforzare la tesi ultima e sacrosanta di questo saggio al vetriolo: gli “usi e abusi dell’editoria italiana” cui sbandiera il sottotitolo (terroristico solo per chi fosse deficitario di senso di ironia) altro non sono che la diretta conseguenza di un settore alla frutta; facciamocene tutti una ragione perché così è e così sarà, anche se non ci pare.

Ultima cosa: lo iato che passa tra i libri neri serioso-pontificanti e questo, invece, acuminato & scanzonato di De Vita, è che tra le pagine di “Pazzi scatenati” si sorride spesso. Magari per non piangere, ma si sorride. Dieci e lode al suo misconosciuto autore, alla faccia di Volo e di Faletti.

[sta qui

Ricette di Editoria, il manifesto

Ove si accenna a quel libro di cui siamo fan:

Ancora due libri recenti di cucina editoriale: il primo Pazzi scatenati di Federico Di Vita, Effequ 2011, ricostruisce bene gli aspetti economici e gli stentati esercizi di equilibrio per la sopravvivenza della piccola e media editoria. Una bella intervista allo stampatore di riferimento degli editori indipendenti a Roma, Roberto Iacobelli, ne racconta la storia. A Iacobelli va tra l’altro il merito della stampa accurata del volume Fare i libri di minimum fax.”

qui l’articolo completo

fnin:

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Pazzi scatenati, di Federico di Vita, effequ 2011. Progetto grafico e copertina di Chiara Arnone. pagina 25 (part.), 1

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Pazzi scatenati, di Federico di Vita, effequ 2011. Progetto grafico e copertina di Chiara Arnone. pagina 25 (part.), 1